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Dalla pittura rupestre alle emoji

La comunicazione, sia scritta che orale, è in continua evoluzione. Lo abbiamo visto già dai primi alfabeti fenici in cui gli ideogrammi si sono gradualmente trasformati in lettere: ad esempio, la lettera “A” (Aleph), inizialmente scritta alla rovescia, nasce dalla rappresentazione stilizzata della testa di un bue.
In questo momento storico, stiamo assistendo al processo inverso: le immagini si stanno sostituendo alle parole in modo preponderante. Probabilmente dobbiamo questa inversione di tendenza al fatto che la società attuale è sempre più concentrata sull’apparenza, tesi avvallata anche dal successo di social come Instagram, e preferiamo disporre di centinaia di simboli o icone piuttosto che limitarci ad utilizzare poco più di venti caratteri.
La prima emoji universalmente nota è lo “smile”, la sua comparsa avviene nel 1962, quando una radio di New York lo riproduce sopra una felpa per farne dono agli ascoltatori. La radio regala migliaia di queste felpe che riproducono un’icona molto simile a quella che tutti conosciamo: fondo giallo con occhi e bocca neri.
Nel 1963, Harvey Ball, grafico professionista, viene ingaggiato da una compagnia assicurativa del Massachusetts per creare un’icona in grado di risollevare il morale ai suoi dipendenti ed è allora che Ball disegna lo smile così come noi lo conosciamo. Il suo design viene riprodotto su oltre 50 milioni di spillette.
Nel 1972 lo smile giunge in Europa, quando Franklin Loufrani cerca una nuova campagna per il giornale francese France Soir e elabora l’idea di “contrassegnare” le notizie come positive o negative, in modo tale che i lettori possano, semplicemente attraverso un’occhiata, scegliere di leggere il tipo di notizie che gli interessano.

Loufrani intuisce il potenziale successo della sua icona e registra il marchio in oltre cento paesi.

Ma Loufrani non è l’unico ad apprezzare e sfruttare il potenziale commerciale del lavoro di Ball: nello stesso periodo Bernard e Murray Spain si impossessano del disegno di Ball e cominciano a produrre e vendere merchandising negli USA. Spille, tazze, tshirt, felpe, i fratelli Spain cominciano a produrre qualunque cosa, approfittando del fatto che il marchio non è mai stato registrato negli Stati Uniti.
A questo punto i due registrano il marchio del sorriso in una versione leggermente modificata a cui è stata aggiunta la dicitura “Have a Happy Day”. Nel 1996 la storia dello smile ha una svolta: il figlio di Franklin Loufrani, Nicolas, eredita dal padre la Smiley Company.
Nicolas fa realizzare una style guide ufficiale del marchio e chiude contratti di distribuzione in tutto il mondo, finalizzando ed espandendo i marchi registrati dal padre in tutto il pianeta.
La Smiley Company diventa rapidamente un colosso.
Nel 2001 Charlie Ball, il figlio di Harvey, fonda la World Smile Foundation: una fondazione che dona i suoi proventi a fondazioni benefiche e caritatevoli, probabilmente il modo migliore di sfruttare il marchio del sorriso.
La guerra per lo sfruttamento commerciale dello smile molto probabilmente non avrà mai fine.
Il simbolo inventato da Harvey Ball e prima usato da una radio (e forse scolpito 2500 anni prima di Cristo) e poi registrato da varie società è in realtà uno dei segni più riconoscibili del nostro tempo. Chi sia il vero “proprietario” dello Smile a questo punto ha poca importanza: quello che sappiamo è che il sorriso giallo più famoso al mondo rimarrà a lungo nel nostro linguaggio grafico.

Le emoticon
La naturale trasposizione dello smile nel mondo digitale avviene con la nascita della prima emoticon nel 1982 per mano di Scott Fahlman, ricercatore di informatica alla Carnegie Mellon University.
In un post sulla chat della rete intranet della stessa università, Scott propone di utilizzare la sequenza di caratteri 🙂 al fine di dare una connotazione ironica ai messaggi scritti nella comunicazione digitale.
Da quel momento in poi, si moltiplicano le riproduzioni delle espressioni del viso attraverso la sola punteggiatura o glifi, con le cosiddette emoticon. Il nome emoticon la crasi (mescolanza) delle parole emotion e icon ovvero icone che trasmettono emozioni.
Le faccine o emoticon si diffondono capillarmente diventando un contenuto quasi imprescindibile in sms, messaggi Whatsapp ed email fino all’avvento delle emoji. In una recente intervista, Scott Falham definisce le emoji orrende perché privano l’utente della sfida di trasmettere un’emozione con i soli caratteri.
Poi, rettifica dicendo che probabilmente sostiene questa tesi solo perchè non stato lui ad inventarle. 😉

Le emoji
Il nome emoji deriva da 絵 e (immagine), 文 mo (scrittura) e 字 ji (carattere).

Le emoji vengono sviluppate nel 1999 dalla compagnia di telecomunicazioni giapponese NTT DoCoMo sotto la supervisione del grafico giapponese Shigetaka Kurita e rilasciate per telefoni cellulari e cercapersone.

Shigetaka propone alla compagnia un modo migliore per incorporare le immagini nello spazio visivo limitato degli schermi dei cellulari. Le emoji hanno immediatamente un successo incredibile e vengono copiate dalle aziende rivali in Giappone. Dodici anni dopo, quando Apple rilascia un set molto più ampio per l’iPhone, le emoji diventano una nuova forma di comunicazione digitale globale.

L’importanza culturale di questi elaborati grafici (inizialmente di 12×12 pixel) ha spinto il Museum of Modern Art di New York ad inserirli nella propria collezione permanente e ad esporli sui monitor nell’atrio del museo.

L’introduzione delle emoji ha agevolato l’ascesa della pratica della messaggistica testuale e della posta elettronica mobile. Basandosi su varie fonti tra cui manga, dingbats ed emoticon, il set di Kurita include illustrazioni di fenomeni meteorologici, pittogrammi e una gamma di volti espressivi. Semplici, eleganti e incisive, le emoji piantano i semi per l’esplosione di un nuovo linguaggio visivo.

Quando nel 2015 il termine “emoji” viene decretato parola dell’anno, le faccine che utilizziamo nei nostri messaggi ricevono una vera e propria consacrazione.

Le emoji originali sono molto diverse da quelle colorate e vivaci presenti sui nostri schermi ed è necessario attendere fino al 2010 perché vengano tradotte nello standard Unicode e possano diventare una realtà globale. Da allora tante nuove emoji vengono aggiunte regolarmente dallo standard Unicode che ogni anno seleziona le migliori proposte provenienti da milioni di utenti in tutto il mondo.

A cosa si deve il successo delle Emoji?

Sembrerà banale ma l’enorme riscontro che hanno le emoji si deve al fatto che introducendo il linguaggio corporeo e le espressioni facciali, riaffermano il lato umano nel freddo e astratto spazio della comunicazione elettronica.

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